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 3 agosto 2001

 

Più trapianti per i pazienti HIV positivi

di Denise Lavoie – Associated Press

BOSTON (AP) via NewsEdge Corporation

Quando l’HMO (Health Maintenance Organization) di Belynda Dunn rifiutò la sua richiesta di un trapianto epatico poiché era HIV positiva, lei si sentì come se fosse stata schiaffeggiata in pieno viso.

“Il fatto che tu sia HIV positiva, è come se tu avessi la peste nera”, disse Dunn, una attivista quarantanovenne affetta da AIDS che nel decennio passato aveva lottato per arrestare la diffusione della malattia.

Cinque anni fa i medici e le Assicurazioni rifiutavano costantemente per un trapianto i pazienti affetti da AIDS per le loro scarse prospettive di vita e l’assenza di risultati certi della chirurgia su questo tipo di pazienti. Poiché i pazienti trapiantati devono assumere farmaci che deprimono i tentativi dell’organismo di rigettare i nuovi organi, i medici ritenevano che i farmaci potevano aggravare i problemi dei pazienti HIV positivi, che già avevano un sistema immunitario indebolito.

Negli ultimi anni, però, nuove medicine hanno migliorato le prospettive di vita dei pazienti HIV positivi e dunque i medici stanno iniziando ad eseguire più trapianti in costoro.

Nel 1999, nell’area UNOS (United Networks for Organ Sharing) sono stati effettuati 5 trapianti di questo tipo. Nel 2000 ne sono stati eseguiti 11.

Molti medici non approvano ancora i trapianti per i pazienti HIV positivi; negli ultimi 12 anni sono stati fatti solo 37 trapianti su pazienti HIV positivi, secondo l’UNOS. Tale numero probabilmente è però impreciso in quanto diversi Stati hanno legislazioni che non permettono la diffusione di informazioni riguardanti i pazienti HIV positivi.

Nel caso di Dunn, la Neighborhood Health Plan Inc. ha rifiutato il suo trapianto considerato sperimentale. Il Direttore James Hooley ha dichiarato che non ci sono ancora prove per stabilire se tali interventi siano sicuri o possano prolungare la vita dei pazienti HIV positivi. Dunn è anche affetta da epatite, una grave malattia del fegato.

Il San Francisco Medical Center dell’Università della California sta organizzando un protocollo di studio che coinvolgerà 15 Ospedali Statunitensi. “Sarà il più ampio studio nel suo genere, riguardante i pazienti HIV positivi” dice il Dr Peter Stock, un chirurgo dei trapianti coinvolto in questa sperimentazione.

“Quando tale studio terminerà” dice ”le compagnie di Assicurazione saranno meno propense a considerare sperimentali questi interventi”.

“Per costringere le Compagnie al rimborso, bisogna dimostrare che la metodica è sicura ed efficace”, aggiunge.

L’Empire Blue Cross e la Blue Shield hanno modificato quest’anno il loro atteggiamento permettento ai pazienti HIV positivi di essere valutati per trapianto.

“In precedenza pensavamo che la positività per l’HIV fosse un fattore di rischio troppo elevato per i trapianti” afferma il Dr. Alain Sokolow, responsabile medico dell’Empire. “Ora che abbiamo conoscenze più ampie sull’HIV ed i trapianti, è già possibile considerare alcune situazioni di infezioni da HIV condizioni accettabili per un trapianto”.

Ciò che ha spinto al cambiamento è il miglioramento della prognosi nei pazienti affetti da HIV in seguito all’impiego, a partire dal 1996, di farmaci antiretrovirali molto efficaci, noti come protocollo HAART.

“In quel modo molti pazienti vivono con la loro infezione HIV, molto più a lungo, e controllando meglio la loro malattia di base,” dice Sokolow.

Ma la positività per HIV non è l’unica condizione medica per cui il trapianto viene costantemente negato. I pazienti con età altre i 50 anni non vengono considerati per un trapianto di cuore, anche se per il resto essi sono sani. Larry Kramer, uno scrittore New Yorkese che ha aiutato per due decenni a focalizzare l’attenzione sulla pandemia AIDS, afferma che un numero crescente di pazienti HIV positivi necessita di un trapianto, perché essi presentano una epatite associata.

“E’ un enorme problema che questo Paese e il mondo deve affrontare: i pazienti con co-infezioni saranno moltissimi” dice Kramer, attualmente in lista al Medical Center dell’Università di Pittsburgh, per un trapianto di fegato, a causa di una epatite.

Questo Centro, dal 1988 ha effettuato 7 trapianti su pazienti HIV positivi. La sopravvivenza è risultata sovrapponibile a quella dei pazienti senza HIV, ha dichiarato Andrei Bonham, un chirurgo dei trapianti di fegato di quella struttura.

Un paziente morì nelle prime due settimane dopo il trapianto, per complicanze chirurgiche, mentre un altro dopo 18 mesi per un rigetto cronico. I rimanenti 5 sono vivi.

I medici hanno dato a Dunn solo pochi mesi di sopravvivenza, senza un trapianto di fegato.

Non è l’HIV che la sta uccidendo. E’ l’epatite, cui è affetta da 30 anni, dalla data in cui ricevette una trasfusione di sangue durante il parto di suo figlio.

Due settimane fa , l’HMO di Dunn concordò una donazione di 100.000 Dollari per l’intervento, ed i rimanenti 150.000 necessari per l’operazione vennero raccolti da fondi privati. I medici sperano di trapiantarle un lobo epatico prelevato dal fegato di un suo fratello più giovane.

“Ho ancora un futuro” dice Dunn “mi sembra di vedere il domani”.

 

In rete

United Network for Organ Sharing: http://www.unos.org/UNOS_redirect.asp

Background links: http://www.thebody.com/treat/transplant.